DA DENTRO VERSO FUORI

IL POTERE DELL’ASCOLTO INTERIORE

Ho sempre creduto che ascoltarsi fosse semplice, e invece per me non lo è, non lo è stato: ho imparato, piano piano, ad ascoltarmi – ascoltare la mia voce, i miei bisogni, sentire davvero quale fosse la mia necessità, qualcosa che non fosse una spinta che venisse da fuori verso dentro, ma da dentro verso fuori.

Sono sempre stata molto sensibile a ciò che accade all’esterno di me: adesso lo so, è perché sono una Persona Altamente Sensibile (che, ricordiamolo, non significa essere sensibile di cuore, emotiva, ipersensibile: si riferisce in primo luogo alla percezione degli stimoli esterni, che, in secondo luogo, causa una serie di comportamenti che portano all’empatia, all’osservazione dei dettagli, alla visione intuitiva); questo mi ha portata di sovente a sentire moltissimo le aspettative sociali e le urgenze degli altri e, altrettanto di sovente, sentirle come mie necessità, mie aspettative, mie urgenze.

Da quando ho capito di essere PAS, ed allo stesso tempo mi sono concessa di vivere tranquillamente il tratto introverso del mio carattere (senza per questo essere un eremita che viva in una grotta lontana dal mondo, né aver perduto la mia caratteristica di socievolezza), ho iniziato a sentire dentro, a sentirmi. Ho capito quello che mi dicevano durante il Master triennale di Counselling che ho frequentato: tendi ad ascoltare troppo quello che è fuori da te, ma tu, dentro, ancora non ti sai ascoltare. A me sembrava impossibile: certo che mi ascolto!

Invece, non era così. Ascoltarmi davvero ha riportato alla luce la me sensibile e introversa, che ama leggere, stare da sola e sperimentare il contatto con le piante, che scrive, fotografa, si perde in sogni ad occhi aperti. Quella ragazzina che avevo cercato di nascondere, sin dall’adolescenza, perché sentire in profondità era da sfigate. Ed è proprio questo il punto.

CONTATTO CON LE EMOZIONI E ATTIVISMO

Nella nostra società, nell’ambiente in cui viviamo, essere sensibili ed essere a contatto con le proprie emozioni molto spesso è visto come qualcosa da non mostrare, da nascondere. Ed è da questo atteggiamento globale che nascono tutti i: stai esagerando, piangere non serve a nulla, non fare la drammatica, sei troppo sensibile…Sembra quasi che per agire coerentemente nel quotidiano sia necessario, sempre, un punto di vista razionale, che parte dalla testa e che non sia radicato nelle emozioni, nel sentire. Come riporta Brittany Ducham nel suo Emotional alchemy:

Questo, ora lo vedo, è stato l’effetto inequivocabile del crescere in una società patriarcale di coloni bianchi, dove essere emozionalmente competenti ed espressivi è legato alla femminilità e la femminilità è considerata inferiore.

Leggendo questo testo mi sono trovata completamente in accordo con l’autrice: stare in contatto con la propria emotività, e soprattutto agire nel mondo a partire dalla propria sensibilità, permettendosi l’ascolto interiore, è un atto politico. Reclamare i nostri sé che sentono, metterli in relazione con la nostra azione politica e sociale, con quello che facciamo a lavoro, con le persone che amiamo, nel nostro quotidiano significa accrescere il potere personale, integrare ogni nostra parte, vivere in pienezza.

Dobbiamo imparare a prenderci cura del nostro mondo interno, della morbidezza, dell’essere gentili, in risonanza con il tutto. Fare attenzione a non esserne sopraffattə, poi: investire nell’attenzione a sé, oltre che nell’ascolto. Nutrendoci dal punto di vista emozionale, fisico e mentale possiamo aprirci ad una nuova interezza, e portare potere anche nelle nostre pratiche quotidiane, e nell’attivismo.

Seguendo il lavoro di Brittany Ducham, che associa una pianta ad ogni stato emotivo da riportare in equilibrio (rabbia, stagnazione emotiva, gioia, piacere…) utilizzando piante che non fanno parte della mia tradizione herbana, ho seguito il desiderio di cercare nelle piante che conosco e che utilizzo una corrispondenza emotiva ed una utilità fisica e mentale. Vorrei dedicare diversi articoli a questo tipo di argomento, iniziando con la bardana, Arctium lappa.

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MUOVERE LE EMOZIONI NASCOSTE | BARDANA

Le emozioni sono spesso collegate a livello simbolico all’elemento acqua: penso alle carte dei Tarocchi, dove il seme di Coppe, seme acquatico, racconta il mondo emotivo. La profondità del mare spesso è associata alle emozioni e al mondo onirico. Le emozioni sono in larga parte appartenenti a questo mondo, e quindi, come l’acqua, possono ristagnare. Penso a quando ci sentiamo senza energie, oppure bloccatə, in tensione, stressatə: quando le emozioni interne sono appesantite, oppure compresse all’interno: parlo della tristezza ma anche della rabbia, che, se non ben canalizzata, porta ad uno stato emotivo compresso, sospettoso, rancoroso.

La bardana è una pianta fresca, fredda: secondo la medicina tradizionale mediterranea le sue qualità sono freddo/secche. È una delle piante principale per smuovere le tossine dal nostro corpo, in particolare attraverso il fegato e la pelle. Per la sua natura fredda, la bardana è molto utile nei casi di irritazione o infiammazione provocati da un eccesso di calore, quali febbre, tosse secca oppure infiammazioni a livello della pelle. A livello del fegato, bardana incrementa la produzione di bile e quindi l’attività della cistifellea. Se usata insieme a tarassaco (Taraxacum officinalis), grazie alla sua azione diuretica, viene aumentata la capacità depurativa della pianta.

Come ben spiega Alexis in questo post relativo alla bardana, la sua azione è indicata in caso di eccesso di calore: a volte possiamo pensare che la pelle umida, lucida e grassa in generale sia indizio di umidità, mentre non è così: quando la pelle si manifesta grassa insieme a secchezza intestinale (rilevabile attraverso la costipazione, per esempio) è perché tutto ciò che è oleoso viene spinto fuori dal nostro corpo, dando l’effetto di pelle grassa e oleosa. Bardana lavora su entrambi i lati, ammorbidendo a livello intestinale e asciugando la pelle grassa.

Allora possiamo intuire come bardana sia indicata per tutte le persone che tendono a sommergere le loro emozioni, in particolare la rabbia – ma anche le altre emozioni – non dando loro la giusta emersione. Mantenere le emozioni nascoste porta all’esaurimento, al burn-out, al non essere più in contatto con noi stessə. Bardana ci aiuta quando ci sentiamo cariche, pronte ad esplodere, oppure quando, al contrario, ci sembra di non sentire più nulla. Crea un’apertura per le nostre emozioni, che possono riprendere a fluire.

COME USARLA

Puoi preparare bardana in decotto, mescolata con tarassaco: metti una parte di radice di bardana essiccata e una parte di radice di tarassaco essiccata. Fai sobbollire in acqua, coperta, per 6 minuti circa, e poi tieni in infusione altri 15 minuti. Se vuoi un’azione più concentrata, utilizza la tintura di bardana, ə0 gocce tre volte al giorno.

CONTROINDICAZIONI

Meglio non utilizzare bardana in gravidanza e nei primi tre mesi di allattamento. Non va utilizzata se usi insulina o se hai il diabete. Attenzione: le foglie di rabarbaro (Rheum palmatum)  e di aro (Arum italicum o maculatum) possono essere scambiate per quelle di bardana, ma sono tossiche. Prima di raccogliere erbe accertati con una persona esperta.

ASSOCIAZIONE IN FLORITERAPIA

Intuitivamente associo bardana al rimedio floreale Holly, l’agrifoglio, Ilex aquifolium. Holly è indicato in tutti quei casi in cui la persona prova rabbia, rancore sospetto, gelosia ma non riesce a contattare questa emozione dentro di sé, a permettersela e, dunque, a lasciarla emergere. La sensazione che mi dà la persona in stato Holly sbilanciato e simile a quella delle braci che pulsano nel camino: un calore nascosto, che se non riconosciuto può divampare senza controllo, internamente, portando all’esaurimento emotivo. Holly, proprio come bardana, permette di fare luce sulle emozioni nascoste, in particolare sulla rabbia, portando chiarezza e luce e trasformando il rancore in integrazione di ogni parte di sé e della propria storia.

SENTIRE DI INVERNO

Questo è il tempo della radice, delle ossa, della terra. Esco nel bosco: tutto sembra dormire. Le foglie sono dimenticate sui rami, quelle che non sono cadute. Le altre hanno fatto tappeto per i nostri passi, suonano nel bosco come la carta del pane. Mi immergo nell’inverno, la stagione nella quale sono nata, quella stagione che ci porta al centro di noi stesse, se la ascoltiamo, se ci concediamo il lusso di rallentare, fare meno, aspettare. Proprio come fa il seme sotto terra, che aspetta, che riposa, che sogna.

CONOSCERE LE RADICI

Le piante che sento vicine in questo periodo sono quelle di radice. Non mi piace raccoglierle, l’atto di sradicare una pianta è una pratica che preferisco non fare – eppure, alcune piante conservano proprio nella radice la maggior parte dei principi attivi. Allora, mi dico, posso raccoglierne solo dove ce ne sono molti esemplari, per consentire una crescita migliore delle piante che restano.

Una delle piante di questo periodo è la Consolida (Symphytum officinale), che già nel suo nome parla di sé. Consolida, colei che salda, riunisce, mette insieme. La pianta che nella radice è ricca di allantoina, quella sostanza che ripara la pelle, la rende tonica ed elastica, favorisce la riparazione delle fratture. Nel tardo autunno la pianta perde le sue foglie e concentra le sostanze nelle radici: possono essere raccolte anche nei primi giorni di inverno, avendo individuato dove crescono le piantine. Allora si raccolgono le radici, si sbucciano e si frullano fino ad ottenere una crema omogenea. Poi, si mescola questa crema con una uguale quantità di burro di karitè e si cuoce lentamente in un pentolino a bagnomaria. Infine, si invasetta e si usa su stiramenti, edemi, fratture che non sono ingessate. Curiamo la nostra struttura e possiamo chiederci: cosa deve essere riparato?

L’inverno è un buon momento per fare introspezione, riflettere mentre ci prepariamo una cioccolata calda, sognare sotto ad una coperta morbida. Preservare spazi di solitudine, che nutriranno la nostra radice personale, e condividere tempo con persone care; direi con la nostra tribù, con coloro che ci fanno sentire a casa durante il periodo più buio dell’anno. Accendere candele e stare nel calore del nostro nido.

FARE IL PANE

Fare il pane è una pratica di inverno. Noi prepariamo il nostro pane durante tutto l’anno, con la pasta madre che nutriamo con molto amore, quindi non è una pratica solo invernale: eppure, fare il pane a me sa di inverno. Perché per fare il pane devi avere tempo: di preparare la tavola, di impastare bene, a lungo, infilando le dita nella pasta e sentendo il suo calore, come si modifica, quando è pronta – e lo decide lei. Poi devi aspettare che lieviti, magari mettendo la ciotola, coperta con un panno di cotone, sulla mensolina sopra la stufa a legna; aspettare che lieviti, mentre la legna di castagno canta nella stufa, scricchiola, si stiracchia, parla la lingua del fuoco. In inverno mi piace fare il pane con i semi: girasole, zucca, sesamo, per ricordare quelli che stanno sottoterra, vivi, presenti, memoria del futuro.

Noi il pane lo facciamo così:

si sciolgono 200 grammi di pasta madre con 100 grammi di acqua tiepida e altri 200 grammi di farina. Questa è la biga, la pasta madre rinfrescata, che dovrà raddoppiare il suo volume nelle prossime cinque o sei ore. Va bene anche tutta la notte, così da poter impastare il pane la mattina dopo. Una volta che è lievitata, ne mettiamo circa 200 grammi via, in un vasetto da riporre al fresco, per la prossima panificazione: aggiungiamo 600 – 700 grammi di farina (di solito manitoba + farina 0 a seconda di quella che abbiamo) e semi, spezie, erbe… Si impasta con acqua tiepida quanto basta e si mette a lievitare circa 6 ore. Poi si impasta una nuova volta, velocemente, si dà la forma al pane e si lascia lievitare un’oretta.

Adesso è possibile cuocerlo nel forno: i primi 10 minuti a 220 °C, i successivi 10 minuti a 180° C e poi a 150°C per un’altra mezz’oretta.

Intanto, puoi prepararti una tisana, guardare fuori dalla finestra il tempo che cambia, annusaare il profumo del pane che cuoce.

LE MAGIE DI INVERNO

Cola una candela. Inizia un diario segreto. Impara un nuovo punto con l’uncinetto oppure a maglia. Tieni una serata a veglia i tuoi amici, raccontando storie vere e fiabe e sogni. Fai il pane. Scegli bulbi da piantare a febbraio. Essicca radici di consolida e tarassaco. Saluta gli alberi mentre dormono. Prepara tè speziati, con il latte alle mandorle, da bere prima di dormire, mentre osservi la luna di inverno. Leggi romanzi avvincenti, e fiabe dei luoghi freddi del mondo. Conserva i tuoi spazi di solitudine come bene prezioso. Scrivi, condividi, fai fotografie al cielo di inverno. Ricorda i tuoi sogni. Sogna molto.

SUMMERTIME SADNESS

Ieri mi è arrivata la newsletter di Asia Suler, che leggo ogni volta con grande interesse, e anche questa volta il suo racconto è andato a toccare qualcosa che mi ha illuminata: summertime sadness, dice lei. Non potrei trovare nome migliore per questa sensazione: sarà che l’estate non è mai stata la mia stagione preferita, che aspetto con impazienza l’autunno, la stufa che scricchiola e il profumo di legna e di bosco, sarà che ho sempre sofferto di insofferenza al mare (e di questo ne ha parlato in modo molto chiaro @sunflowrish nelle sue Stories su Instagram), ma anche io, a volte, soffro di summertime sadness.

Approfondendo ogni giorno il tema sull’Alta Sensibilità, che mi permette di capire meglio me stessa e, anche, di fare il meglio il mio lavoro di educatrice e di artista, mi trovo spesso ad esclamare: se lo avessi saputo prima!

Se lo avessi saputo prima, che non è il mare in sé che mi turba ma che è il troppo caldo, la troppa gente, la troppa luce; se lo avessi saputo prima, che posso permettermi di passare un pomeriggio a scrivere, leggere e sognare anche se fuori c’è il sole, tutto brilla, ci sono mille eventi stimolanti a cui partecipare e allora mi sento in colpa, se resto in casa. Eppure, come spiega benissimo Asia, anche nella stagione più luminosa dell’anno possiamo essere tristi o sognanti. Possiamo preferire il crepuscolo lungo, i tramonti color mandarino, le lucciole notturne alle mattine energetiche, all’essere sempre positivi, con il sorriso, perché è estate!

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In estate poi, di solito, si viaggia o si va in vacanza: e sei hai un tratto Altamente Sensibile sai come può essere faticoso partire. Ecco che questa mia resistenza allo stress da viaggio mi ha valso, da sempre, la definizione di quella a cui non piace viaggiare. Inutile spiegare che non è vero, io amo viaggiare, immergermi in posti nuovi (specialmente se corrispondono alle mie visioni fantastiche, quindi se sono luoghi a Nord), ma ho bisogno di farlo con i miei tempi. Ho bisogno di prepararmi con cura, assicurarmi che i miei animali siano in buone mani mentre sono via, fare un programma dettagliato di quello che vedrò – e poi lasciarmi anche sorprendere dal caso. Concedermi un viaggio lento, non stressante e comodo. Che mi permetta di gustare appieno quello che vivo. Quindi, in sintesi: viaggiare ascoltandomi e rispettando la mia natura di persona introversa (che, ricordiamo tuttə, non vuol dire asociale o timida).

La stessa cosa accade con l’estate: se mi permetto di attraversarla con i miei tempi, se mi permetto di essere anche triste, anche pensierosa, anche stanca nonostante fuori ci sia il sole ed il richiamo alla socialità, ecco, se mi permetto di attraversare anche le ombre di questa stagione allora posso gustarla con pienezza e con cura.

Scrivo tutto questo perché immagino che là fuori ci sia qualcuno che vive l’estate come me. A te voglio dire: non sei sola. Non sei solo. Proprio come viene detto nel film Matilde, tratto dal libro di Roald Dahl:

i libri davano a Matilda un messaggio confortante: tu non sei sola.

Fuori è estate, e io mi rifugio in veranda, con qualche libro da leggere e un tè verde alla cannella. E so, di non essere sola.

RIEMPIRE LA PROPRIA COPPA

Da adolescente ho iniziato ad avere gli attacchi di panico. Ricordo molto bene uno dei primi: era estate piena, ero al mare, faceva caldissimo, non si respirava perché l’aria era umida e il calore insopportabile. Credo che mi sia venuto un attacco di panico proprio a causa del caldo: può sembrare assurdo, invece sono (quasi) sicura che sia stato proprio per quello. Certo, avranno contribuito anche altri fattori, quali l’età, i miei genitori che si erano separati o si stavano separando, l’essere una ragazzina molto sensibile, troppo magra e con gli occhiali da Quattrocchi. Poi sono cresciuta, lo sbocciare mi ha portato un altro modo di agire nel mondo, e ho attraversato la morte di mia mamma – avevo solo 19 anni, dopo la quale non ho più avuto attacchi di questo tipo.

Però ho continuato ad essere molto sensibile agli stimoli esterni: il caldo, il freddo, la fame, un tessuto troppo ruvido, un volume troppo alto. Solo da quando ho scoperto di essere una PAS, quindi una persona altamente sensibile (qui trovi il test di Eilen Aaron per capire bene se anche tu lo sei, oppure no) ho capito che la mia attenzione per i dettagli, insieme alla mia sensibilità agli agenti esterni, incluse le emozioni altrui, possono portarmi ad una sovrastimolazione. Ultimamente mi sono trovata spesso in questa condizione molto spiacevole: per il lavoro, che amo molto ma che – essendo in ambito relazionale – spesso mi sovrasta, mi assorbe, mi drena; per alcune questioni personali, prima tra tutte una relazione molto importante terminata quasi due anni fa ma che ancora porta dolore e turbamento, perché dall’altra parte non c’è volontà di trasformazione né di dialogo, almeno per ora.

So che, anche a causa del mio carattere, sono una persona che tende a dare molto: non a caso ho scelto di lavorare in ambito sociale, perché mi sento bene quando posso entrare in una relazione e portare qualcosa che aiuti a crescere e a creare, che sia con il teatro o con la pedagogia. Ho letto una frase illuminante di una psicoterapeuta (adesso non riesco a ritrovarla), nella quale si dice che, specie se facciamo un lavoro nel quale doniamo molto, è vitale, fondamentale, arrivare pieni.




Non posso donare niente se la mia coppa è vuota: devo necessariamente riempirla, per poi poter donare scongiurando il burn-out, la sovrastimolazione, il sentirsi svuotata e drenata. Ho sentito risuonare profondamente queste parole in me, e ho capito quale era il mio inciampo, in questi ultimi mesi.

Ho bisogno di riempire la mia coppa, e questo riesco a farlo in modi che mi aiutino a recuperare ed a rigenerarmi anche dopo una sovrastimolazione ambientale. Leggere un libro per ore, passare una mattina al fiume, condividere il mio tempo con poche persone care, realizzare qualcosa con le erbe, oppure scrivere. Fare fotografie, osservare attentamente il mio ambiente, rileggere libri amati. Tutte queste sono pratiche che mi nutrono in profondità, che mi fanno sentire piena e pronta a dare di nuovo.

Qualche anno fa mi sono interessata molto al self-love (ho anche realizzato alcune esperienze dedicate a questo tema), assai importante anch’esso ma molto diverso dal concetto di nutrimento, per come lo concepisco io. Self-love e self-care sono ingredienti fondamentali del nostro benessere, ma, almeno per quello che mi riguarda, non sono quello che riempie la mia coppa.

A ben vedere mi sento piena quando rispetto la mia natura di persona altamente sensibile e introversa, il che non significa non socievole (anche su questo c’è molta confusione, magari ne parlerò in un prossimo post): mi ricarico a contatto con la natura, condivido il mio tempo con qualche persona selezionata e molto cara, scrivo, leggo, osservo. Mi ci sono voluti davvero tanti anni per accogliere questa mia natura, che ho sempre nascosto per timore di tornare ad essere quella ragazzina timida e strana, chiusa e sognatrice.

Adesso la riconosco, mi riconosco

PERMETTERSI LA QUIETE

È domenica, e sono sprofondata in una poltrona intenta a leggere due libri: uno, della cui autrice mi sono innamorata, e che è “La cosa nella foresta” di Antonia Susan Blyatt; l’altro, le prime pagine di “La famiglia Aubrey” di Rebecca West. Mi alzo e vengo a scrivere qui, al mio pc, perché leggo questa frase: Mamma sollevò la teiera bruna e riempì di nuovo la propria tazza, proprio nelle prime pagine di questo secondo libro, che ho appena iniziato. Ho voglia di mettere per scritto la sensazione che provo quando incontro nei libri tè, bollitori, gatti, coperte patchwork, vestiti indiani o sentieri nel bosco, gocce di rugiada e vecchie che vivono nella casa al limitare dell’abitato. Mi ricordo la sensazione di benessere che mi dava, quando ero ragazzina, leggere la descrizione del piccolo appartamento di Polly, protagonista di “Una ragazza all’antica” di Louisa May Alcott. Libro che ho perduto, chissà dove, nei miei innumerevoli traslochi – comunque, Polly va a vivere in una piccola mansarda e ricordo benissimo che lì lei ha un bollitore, e leggere e rileggere le sue avventure, insieme a quelle delle mie altre eroine (prima tra tutte, Anne Shirley) mi donava una grandissima quiete.

Sono sempre stata una bambina calma. Troppo sensibile, dicevano. All’età di 3 anni già sapevo leggere: complice il mio adorato nonno, andato in pensione l’anno della mia nascita, che mi faceva giocare con cubi con sopra riportate le lettere dell’alfabeto. Chissà, se è stato per quello o perché avevo già così voglia di leggere, sebbene fossi così piccola.

Lucchio Alto, Bagni di Lucca

Leggere allora era il mio rifugio: passavo ore e ore immersa nei romanzi, non avrei saputo immaginare la mia vita senza i libri. Poi sono cresciuta, e attraversando la mia adolescenza ho dato spazio alla me ribelle, anticonvenzionale, curiosa e spigliata, dimenticandomi (o, forse, vergognandomi) della ragazzina timida, introversa e sognatrice che ero.

Ma era una fase, oppure ero ancora così?

Ieri, parlando con il mio compagno (lui è gioiosamente introverso) mi sono resa conto di quanto spesso, in passato, mi sia forzata alle situazioni molto sociali, per paura di non essere amata o inclusa o di perdermi qualcosa di importante. E quindi, giorno dopo giorno, ho trascurato quella ragazzina desiderosa di leggere, immaginare, immergersi in una solitudine proficua e nutriente.

Questo significa che io non sono una persona socievole? No. Non credo. Amo stare con le persone a me care, gli amici e le amiche, condividere, chiacchierare, collaborare. Ma tutto questo ha bisogno di essere compensato e riportato in equilibrio da quei momenti di quiete e ascolto e lentezza, fatti di gatti, bollitori, bosco, letture fantastiche, studio.

Rocca di Lucchio e io in mezzo ai ranuncoli

Eppure, quanto è difficile ascoltarmi. Forse accade anche a te, mi piacerebbe saperlo: quanto spesso siamo tirate fuori da noi stesse, lontane dalla nostra natura, per accordarci a quella altrui? Quanto spesso ci dimentichiamo dei nostri spazi di quiete, di pace, di ricarica? Forse mi accade perché sono una Persona Altamente Sensibile (e per scoprire che cosa significhi ti rimando al blog di Nora, che parla di questo argomento in modo delicato e preciso). Forse mi accade perché è davvero difficile porsi al centro di noi stesse, e ascoltare davvero quelli che sono i nostri bisogni. Spesso, quello che desideriamo ci stupisce.

A volte può essere un bollitore smaltato, una coperta con i quadrati colorati fatta all’uncinetto, due gatti che fanno le fusa. E un cuore gentile che ti permette questa quiete.

IN PUNTA DI PIEDI

Ultimamente mi capita di dormire spesso fuori casa. Uno dei progetti in cui lavoro come educatrice prevede turni di notte, e ci sono alcune cose di queste notti sospese che amo moltissimo. Una è il profumo delle notti in città: da 13 anni vivo in montagna, in mezzo al bosco, ma il profumo delle notti della mia città lo ricordo bene. I suoni, le lucine delle finestre di fronte, la cupola della Madonna che si vede dalla finestra della stanza in cui dormo. Il profumo dei fiori d’arancio dell’albero qui sotto. Ma anche, qualche mattina presto in cui ho trovato la città silente, tra zona rossa e giorni di festa, solo le piante spontanee a parlarmi all’orecchio.

Mi hanno detto che fare questo lavoro a volte è come entrare in punta di piedi nella vita degli altri. Questa frase mi suona in testa da qualche giorno, e credo che questo tema sarà uno dei temi della mia prossima newsletter vocale, perché è esattamente così, ma è anche il contrario: anche l’altra persona entra in punta di piedi nella mia vita.

È vero, quando entro in un nuovo progetto socio-pedagogico entro nella vita di un’altra persona. Perché questo è, soprattutto, un lavoro di relazione: non è possibile farlo se non si accetta di stare in relazione, con quello che c’è, difficoltà incluse. Entri in punta di piedi nelle case degli altri, anche solo metaforicamente. Un laboratorio di teatro o di danza in questo senso può diventare la chiave per osservarti in un altro modo, per tradurre un movimento da un corpo all’altro, integrando le diversità, per esempio. Entro in punta di piedi nelle case dove faccio educative domiciliari, e imparo sguardi, ricami, cassetti, compiti, gomme da cancellare, caffè improvvisi, chiacchiere tra donne, bambine dagli occhi grandi la prima volta che ascoltano Maria Callas o che si innamorano di Helen Keller, attraverso di me ma anche attraverso mia madre, che mi ha portato per la prima volta a teatro a vedere la storia di Anna dei miracoli, oppure attraverso mio nonno, che ascoltava la lirica.




Allo stesso modo, nella mia vita ed in punta di piedi entra la vita dell’altra persona, della relazione che si intreccia: imparo che in romeno albastru deschis significa azzurro, e mi sembra una poesia dirlo, che è possibile parlare di guerra e di potere e di libertà con un ragazzo di tredici anni con grande lucidità; condivido cene e pranzi e chiacchiere quotidiane con persone che imparano a diventare autonome, a vivere da sole, e intravedo in loro una grande libertà, mi insegnano che il quotidiano è prezioso, da conservare e da condividere. Ogni volta imparo un linguaggio diverso, e sto nello scambio con curiosità, aperta alla bellezza. Perché si, c’è bellezza e molta in questo lavoro, anche in queste notti che hanno il profumo di quelle della mia infanzia, quando restavo a dormire dalla mia nonna.

In punta di piedi ci avviciniamo, anche quando i primi incontri sono violenti e difficili. Questo passo leggero, attento, gentile, è necessario per indagare la relazione e per permettere l’ascolto, la scoperta, la sorpresa. Mi accorgo che a volte gli inizi turbolenti servono proprio per proteggere dalla paura dello stare senza fare niente, semplicemente stare anche dove c’è scomodità, perchè ancora non ci si conosce o per paura di rivelare le proprie fragilità. Eppure, non appena accettiamo che la relazione è una continua ricerca, che è viva ed in trasformazione continua, ecco che si creano quei momenti perfetti – proprio come in teatro, quando c’è silenzio nel pubblico e senti che sta accadendo qualcosa di vero, sul palco – in cui stiamo nella relazione, in quello che c’è, momento per momento: il profumo della notte in città, le tabelline dall’1 al 10 quasi a memoria, i capelli sciolti insieme e le confidenze inaspettate, le parole inventate, il sentire che non si è da soli, almeno non adesso.

NEL CENTRO DEL LABIRINTO: LABYRINTH, FEMMINISMO E IMMAGINAZIONE

Di solito non ho molta memoria per i libri che leggo o per i film che vedo. Devo rivederli molte volte, prima di ricordarmi tutte le scene, così come per i libri – infatti quelli molto amati li ho letti e riletti più e più volte.

Di Labyrinth, uno dei miei film preferiti da piccola – e che continua ad esserlo anche adesso, da grande – ricordavo soprattutto la scena finale, e quella battuta che Sarah (Jennifer Connelly) fatica a ricordare all’inizio della sua avventura: tu non hai alcun potere su di me. Mi restava impressa fino da bambina, più della Magic Dance o degli strambi personaggi che popolano il labirinto, uno su tutti, Ludo o Bubo nella versione italiana.

Per chi non avesse visto il film, consiglio caldamente di recuperarlo: non posso credere che ci siano persone che ancora non lo hanno visto, ma se così fosse, correte subito ai ripari. Eppure, il fatto di averlo visto da bambina, da ragazzina e poi da adulta (più volte) è stato fondamentale per me, anche se fino a ieri sera, durante una ulteriore visione, non avevo capito bene perché, o ancora meglio, come.

Mi piaceva molto, oltre a quella formula magica – tu non hai alcun potere su di me –  anche il fatto che Sarah non si innamora di nessuno, durante la narrazione. Finalmente! Una favola in cui la protagonista non deve essere risvegliata da un principe, o sposata, o e vissero tutti felici e contenti. No, Sarah sceglie di essere indipendente dal romanticismo. Questa cosa mi piaceva moltissimo, e credo che abbia contribuito in parte a formare la mia personalità da ragazzina. Forse perché ero figlia di genitori separati, mi riconoscevo nella Sarah all’inizio del film: lei vive una vita immaginaria, nella quale si traveste da principessa ma per reclamare il bambino rapito dal Re dei Goblin e non per vivere per sempre, ovviamente felice e contenta, al suo castello. Oggi vedo un piccolo seme femminista in questo film, che ha comunque una protagonista bianca, abile, magra, cis, è vero, ma comunque femmina: non ho ricordanza di altri film di quegli anni nei quali la protagonista (non l’amica, l’innamorata, la sorellina ma la protagonista!) fosse una ragazza. Erano sempre tutti maschi.

Qui invece è una giovane donna che affronta il labirinto, impara e cresce e infine sconfigge l’oscuro ed affascinante Re dei Goblin con la consapevolezza del suo viaggio e di essere quella che è. Anche la figura di Jareth è estremamente affascinante: probabilmente è proprio con questo film che ho conosciuto David Bowie, ed il suo essere così fluido, così ambiguo, mi catturava già ai tempi. Il labirinto nel quale Sarah compie la sua avventura è davvero un luogo dove tutto è possibile, come recita il sottotitolo del film. Altro elemento interessante, e che emerge proprio all’interno del labirinto: qui non sempre le cose sono giuste. Sarah si lamenta di questo, all’inizio del suo viaggio, ma via via che procede capisce che no, le cose non sempre sono sempre giuste. Sarah (e io con lei) comprende che in un mondo perfetto forse tutto è giusto e non esiste ingiustizia, ma nel mondo reale si, le cose sono ingiuste: sono le azioni che facciamo nei vari contesti che fanno la differenza e che possono ristabilire la giustizia.

La scena del ballo in Labyrinth

Ad un certo punto Sarah viene drogata e si ritrova ad una festa carnevalesca, nella quale è vestita come una principessa e durante cui Jareth cerca di sedurla. Qui da ragazzina, mi dicevo: oh no, ecco, adesso lei si innamora di lui. Non mi sarebbe piaciuto per nulla. Ed invece, Sarah rifiuta la seduzione del re magico perché si ricorda quello che stava cercando: come viene detto sin dall’inizio del film, se non poni la domanda giusta, se non sai dove andare, allora finisci nei guai. Ma se finalmente sai chi sei, conosci te stessa, hai consapevolezza del tuo potere, allora non possono esistere sogni confezionati per te, vestiti da principessa o mondi fantastici. Solo tu puoi creare il tuo mondo, attraverso le tue scelte e le tue azioni.

Così arriviamo alla scena finale, ed al monologo di Jareth: lui dice alla ragazza, che è arrivata al centro del labirinto dopo rischi indicibili e traversie innumerevoli, di essere stanco, di aver fatto tutto questo (il gioco, il labirinto) per lei, di essere stato generoso, in un vero e proprio gaslighting. Ma Sarah non cede, resta radicata nel suo potere. Così vince, torna a casa cambiata da questa esperienza, senza rinunciare al suo potere principale, ossia l’arte, l’immaginazione, la fantasia.

Labyrinth, locandina di Daniel Norris

Forse era questo finale la cosa che più mi colpiva, e che mi colpisce, ancora: il potere della parola, il potere personale, la piena consapevolezza. Prima di pubblicare questo post ho scritto sul mio profilo Facebook che ci stavo lavorando, e in moltissime hanno risposto dicendo che era anche il loro film preferito da piccole.

Credo che la motivazione sia profonda: in Labyrinth Arianna si riscatta, Persefone spezza le sue catene. La me ragazzina non conforme, perché troppo magra, bruttina, con gli occhiali e l’apparecchio, con i genitori separati in un’epoca dove questo era molto raro, con una sensibilità ad alcuni stimoli esterni molto acuta (solo da adulta ho scoperto di essere PAS, Persona Altamente Sensibile) si sentiva riscattata da Sarah, invincibile perché se stessa, senza bisogno di un principe o di un castello.

Da adulta ripasso la lezione, e voglio ricordare a me stessa ma anche a tutte le altre persone che si sono trovate in situazioni simili, che nessuno ha davvero potere su di noi. Solo noi stessə possiamo decidere delle nostre azioni, seguendo la strada che ci porterà al centro del labirinto e quindi alla nostra piena essenza. Senza timore e soprattutto ricordandoci dei nostri poteri.

You remind me of the babe
(What babe?)
Babe with the power
(What power?)

Power of voodoo

(Magic dance, David Bowie in Labyrinth)

Se vuoi approfondire i simboli e il folklore che trovi nel film, questo è un ottimo articolo

Sulla visione femminista del film puoi trovare materiale:

Qui, qui e qui

STAVOLTA NON PASSO OLTRE

Nelle ultime settimane ho ricevuto messaggi privati da diverse persone che lavorano con il network marketing in campo fitoterapico e naturale. Avrei potuto ignorare, passare oltre, non rispondere evitando il conflitto, ma anche grazie al lavoro di Marzia Saglietti che seguo con partecipazione ho deciso di essere assertiva, non fuggire il conflitto e anzi, dire la mia.

Punto primo: anche se lavoro come educatrice e mi occupo di teatro e pedagogia (con adeguata formazione), ho (sempre nella mia formazione) una laurea in Tecniche Erboristiche. Credo moltissimo nel valore dello studio, soprattutto in ambito scientifico dove fare esperienza è importante tanto quanto studiare, osservare, fare prove in laboratorio. Ho sostenuto 40 esami in tre anni, tutti per lo più di botanica, chimica, farmacognosia ma anche anatomia, chimica dei composti aromatici, etcetera etcetera. Credo che per consigliare erbe o integratori, che questi servano per dimagrire, drenare, energizzare e così via ci sia bisogno di una persona qualificata. E questo mi porta al punto

2. Le erbe non sono semplici prodotti. Le piante sono esseri viventi, energetici, e come tutto quello che ci circonda sono in relazione con noi. Le erbe meritano studio, osservazione, attenzione, meritano che chi le ama entri in relazione con loro. Mi spiego meglio: credo fermamente che ogni essere umano abbia la necessità e l’istinto vitale di entrare in relazione con le piante, e che debba perseguirlo. Che sia con corsi, libri, studi, passeggiate e quant’altro. Uno dei miei desideri è quello di vedere intrecciate le varie discipline di cura, e ritengo che sviluppare una relazione personale con le erbe sia importantissimo. Di cui al punto

3. Quando si parla di estratti di piante si parla di medicine. Basti pensare che il 95%dei farmaci in commercio derivano da molecole naturali: le piante non fanno effetto perché crediamo in loro, bensì perche sono farmaci. Per questo credo che per un consiglio terapeutico ci si debba affidare ad erboristi, medici o farmacisti (questi ultimi  due a patto che siano informati sugli usi delle piante).

Foto di Eleonora Chiti

Perché per consigliare un integratore che magari contiene ipericina bisogna fare alcune domande. Ti faresti consigliare una terapia farmacologica dalla tua commercialista? Dico tutto questo e forse sono pesante, lo so. Lo faccio perché vorrei stimolare la riflessione specie in chi fa questo tipo di lavoro senza una adeguata preparazione: deve essere ben informat* su rischi e responsabilità.

Noto un pullulare di contatti in tal senso: mi è stato detto, addirittura, che in un momento storico come questo il network marketing di prodotti naturali dà lavoro a chi è rimasto senza, e quindi questa è una buona cosa. Questo discorso, in particolare, mi avvilisce molto: come se, poichè stiamo vivendo un momento storico difficile, dove il lavoro è incerto per moltissimi, allora si possa fare un lavoro qualsiasi, basta che sia, livellando tutto al concetto di prodotto e consumo. Questo discorso è profondamente consumista, e pone le piante, la medicina sacra e la relazione dell’essere umano con l’ambiente allo stesso livello del consumo di un prodotto qualsiasi. Annienta la consapevolezza, il contatto, andando a favorire l’esperienza confortante dell’acquisto.

Inoltre, molto spesso i prodotti promossi dalle aziende di network marketing costano tantissimo: capisco che ci deve essere un grande ricarico per far guadagnare chi ci lavora, ma non mi sembra corretto vendere integratori a più di 70 euro, con un ricarico esorbitante. Non sempre prezzo alto è uguale a qualità.

Ricordiamoci di vivere con cura e attenzione, e di rispettare le altre creature che popolano il nostro pianeta. In qeusto tempo di qui e ora, in cui osserviamo e sperimentiamo un tempo più lento, rendiamo prezioso il nostro atto di acquistare a consumare – ascoltiamo le piante, lasciamoci guidare.

Foto di Eleonora Chiti

UNA PERSONA DIPLOMATICA

Sono figlia e nipote di uomini gentili. Uno dei miei nonni, non l’ho mai conosciuto, era un medico, e ancora oggi quando pronuncio il suo nome, la gente se lo ricorda, di quel dottore tanto bravo. L’altro mio nonno, da me tanto amato, è stato nella mia vita fino a qualche anno fa: era un uomo che della semplicità ne faceva una partica quotidiana, della bellezza e del saper fare. Un signore gentile, sempre con il sorriso. Mio nonno, che sapeva suonare la fisarmonica e aveva imparato da solo, anche a scrivere la musica. Il mio babbo, come si dice qui in Toscana, è un medico. Ora è nonno anche lui, della mia nipotina, ed ha un carattere burbero ma rispettoso. Sa ascoltare, e non credo che si sia mai perso un dettaglio in tutta la sua vita. Mi ha sempre, sempre lasciata libera, nonostante le paure che immagino possa aver avuto. Anche quando l’ho chiamato da Parigi, che ero andata lì in un’avventura da ventenne. Anche quando non gli ho raccontato ma lui ha capito. Anche se non me lo dimostra, è dalla mia parte. Ma, soprattutto: è una persona gentile.

In virtù e in luce di questa radice, io non sopporto e non tollero uomini che non siano gentili. Non sopporto e non tollero chi mi sovrasta, chi mi zittisce, chi non mi dà spazio per parlare. Chi silenzia, blocca, non sta nel dialogo. Mi dispiace: è così. Non l’ho mai detto a voce alta. Ho sempre mediato, limato, sono sempre stata una persona diplomatica. Ma d’ora in poi, non lo sarò più.

Non con chi non è gentile. Non con chi non ascolta, sbraita, urla.

Non con chi non ti lascia parlare, ti interrompe, sa ascoltare solo se stess0.

Non con chi mi tratta male, o tratta male una mia amica, con la scusa del “è fatto così”, “è arrabbiato, poi cambia e se ne pente”.

Anche io mi arrabbio, eppure non mi sono mai permessa di dire, a nessuno, qualcosa di imperdonabile.

Sono mite di carattere, lo so. Ma non intendo, mai più, rapportarmi con diplomazia a chi non è gentile.

Che la gentilezza sia una rivoluzione, in un momento come questo, nel quale chiunque si sente in dovere di segnalare, spiare, riportare sui social denunce irrisorie. In un momento storico come questo, dove l’oscurità sembra prevalere, io voglio la luce.

La gentilezza sta nella luce. Ho tutto il diritto di arrabbiarmi, se qualcuno non è gentile con me – non sarò più diplomatica, perché concedere spazio all’aggressività ed al non rispetto altrui significa stringere i nostri confini personali, implodere, soffocare.

Mi voglio ricordare che discendo da uomini gentili.

#personaaltamentesensibile

NON DIRE UNA PAROLA CHE NON SIA D’AMORE

Il mio 2020 aveva una parola che mi faceva paura: Coraggio. Sapevo che era lei. Ho provato a sfuggirle, a tentarne altre, ma era proprio lei, coraggio, che mi sussurrava all’orecchio. Non potevo sapere quanto mi sarebbe stata di ispirazione, di appiglio, quanto sarebbe stata utile, necessaria quando non avrei saputo che strada prendere, quando volevo mollare, quando tutto è cambiato e cambiato e cambiato ancora.

Il 2020 non è stato un anno facile, per nessuno di noi. Eppure, sono nate nuove bambine e bambini, le persone si sono innamorate, non abbiamo smesso di sognare. Ci siamo tenuti vicini anche quando eravamo lontani – come siamo anche adesso. Ad Agosto ho camminato di notte per arrivare sul crinale di un monte, all’alba – insieme ad amici e a persone conosciute solo qualche giorno prima. Ad un certo punto volevo mollare, non ce la facevo puù, ero impaurita, stremata, stanca, eppure ho sentito quella voce – coraggio – che mi ha spinta a proseguire. Allora e solo allora, quando sono arrivata sul crinale, immersa nella luce oro dell’alba, con le eriche violette intorno e le tazze di caffè caldo dai thermos e i sorrisi, allora ho capito che Coraggio significa anche lasciar andare davvero, lasciar andare parti di noi che continuano ad essere le stesse quando invece bisogna cambiare, che si ostinano a fare fatica lì dove non c’è più bisogno, necessità, speranza.

Ho avuto coraggio di lasciare. Coraggio di studiare, e di prendere una qualifica che mi sta portando nuovi mondi lavorativi dove vado con il mio passo. Coraggio di ricucire. Di ritrovare. Di fare spazio nel mio cuore. Questo 2020 mi ha portato, nei suoi ultimi giorni, la Parola dell’anno 2021, proprio come fa il mare con le conchiglie sulla riva.

Era lì, la mia parola lucente, dolce e gentile. E’ QUIET, quiete. So che è lei. La riconosco e mi riconosco, nella direzione che voglio dare al mio lavoro online, nel mio scoprirmi Persona Altamente Sensibile (che vuol dire essere sensibili a certi stimoli ambientali, non c’entra nulla con la sensibilità di cuore). Questa parola mi promette tempo per me stessa, tempo per le persone care, per i miei progetti. Mi racconta di un tempo lento dove ho imparato a stare, grazie al 2020 ed ai suoi doni. Questa parola azzurra, QUIET, mi sta già facendo luce.

Credo che la Parola dell’Anno sia davvero uno strumento molto utile, necessario direi, per chi vorrebbe avere una bacchetta magica. O il famoso suggeritore di Amelie.

WILD WORD è disponibile: è un’esperienza attraverso cui ti guido, per scoprire la tua Parola dell’Anno 2021: qui trovi tutti i dettagli – posti super limitati!