IN PUNTA DI PIEDI

Ultimamente mi capita di dormire spesso fuori casa. Uno dei progetti in cui lavoro come educatrice prevede turni di notte, e ci sono alcune cose di queste notti sospese che amo moltissimo. Una è il profumo delle notti in città: da 13 anni vivo in montagna, in mezzo al bosco, ma il profumo delle notti della mia città lo ricordo bene. I suoni, le lucine delle finestre di fronte, la cupola della Madonna che si vede dalla finestra della stanza in cui dormo. Il profumo dei fiori d’arancio dell’albero qui sotto. Ma anche, qualche mattina presto in cui ho trovato la città silente, tra zona rossa e giorni di festa, solo le piante spontanee a parlarmi all’orecchio.

Mi hanno detto che fare questo lavoro a volte è come entrare in punta di piedi nella vita degli altri. Questa frase mi suona in testa da qualche giorno, e credo che questo tema sarà uno dei temi della mia prossima newsletter vocale, perché è esattamente così, ma è anche il contrario: anche l’altra persona entra in punta di piedi nella mia vita.

È vero, quando entro in un nuovo progetto socio-pedagogico entro nella vita di un’altra persona. Perché questo è, soprattutto, un lavoro di relazione: non è possibile farlo se non si accetta di stare in relazione, con quello che c’è, difficoltà incluse. Entri in punta di piedi nelle case degli altri, anche solo metaforicamente. Un laboratorio di teatro o di danza in questo senso può diventare la chiave per osservarti in un altro modo, per tradurre un movimento da un corpo all’altro, integrando le diversità, per esempio. Entro in punta di piedi nelle case dove faccio educative domiciliari, e imparo sguardi, ricami, cassetti, compiti, gomme da cancellare, caffè improvvisi, chiacchiere tra donne, bambine dagli occhi grandi la prima volta che ascoltano Maria Callas o che si innamorano di Helen Keller, attraverso di me ma anche attraverso mia madre, che mi ha portato per la prima volta a teatro a vedere la storia di Anna dei miracoli, oppure attraverso mio nonno, che ascoltava la lirica.




Allo stesso modo, nella mia vita ed in punta di piedi entra la vita dell’altra persona, della relazione che si intreccia: imparo che in romeno albastru deschis significa azzurro, e mi sembra una poesia dirlo, che è possibile parlare di guerra e di potere e di libertà con un ragazzo di tredici anni con grande lucidità; condivido cene e pranzi e chiacchiere quotidiane con persone che imparano a diventare autonome, a vivere da sole, e intravedo in loro una grande libertà, mi insegnano che il quotidiano è prezioso, da conservare e da condividere. Ogni volta imparo un linguaggio diverso, e sto nello scambio con curiosità, aperta alla bellezza. Perché si, c’è bellezza e molta in questo lavoro, anche in queste notti che hanno il profumo di quelle della mia infanzia, quando restavo a dormire dalla mia nonna.

In punta di piedi ci avviciniamo, anche quando i primi incontri sono violenti e difficili. Questo passo leggero, attento, gentile, è necessario per indagare la relazione e per permettere l’ascolto, la scoperta, la sorpresa. Mi accorgo che a volte gli inizi turbolenti servono proprio per proteggere dalla paura dello stare senza fare niente, semplicemente stare anche dove c’è scomodità, perchè ancora non ci si conosce o per paura di rivelare le proprie fragilità. Eppure, non appena accettiamo che la relazione è una continua ricerca, che è viva ed in trasformazione continua, ecco che si creano quei momenti perfetti – proprio come in teatro, quando c’è silenzio nel pubblico e senti che sta accadendo qualcosa di vero, sul palco – in cui stiamo nella relazione, in quello che c’è, momento per momento: il profumo della notte in città, le tabelline dall’1 al 10 quasi a memoria, i capelli sciolti insieme e le confidenze inaspettate, le parole inventate, il sentire che non si è da soli, almeno non adesso.

NEL CENTRO DEL LABIRINTO: LABYRINTH, FEMMINISMO E IMMAGINAZIONE

Di solito non ho molta memoria per i libri che leggo o per i film che vedo. Devo rivederli molte volte, prima di ricordarmi tutte le scene, così come per i libri – infatti quelli molto amati li ho letti e riletti più e più volte.

Di Labyrinth, uno dei miei film preferiti da piccola – e che continua ad esserlo anche adesso, da grande – ricordavo soprattutto la scena finale, e quella battuta che Sarah (Jennifer Connelly) fatica a ricordare all’inizio della sua avventura: tu non hai alcun potere su di me. Mi restava impressa fino da bambina, più della Magic Dance o degli strambi personaggi che popolano il labirinto, uno su tutti, Ludo o Bubo nella versione italiana.

Per chi non avesse visto il film, consiglio caldamente di recuperarlo: non posso credere che ci siano persone che ancora non lo hanno visto, ma se così fosse, correte subito ai ripari. Eppure, il fatto di averlo visto da bambina, da ragazzina e poi da adulta (più volte) è stato fondamentale per me, anche se fino a ieri sera, durante una ulteriore visione, non avevo capito bene perché, o ancora meglio, come.

Mi piaceva molto, oltre a quella formula magica – tu non hai alcun potere su di me –  anche il fatto che Sarah non si innamora di nessuno, durante la narrazione. Finalmente! Una favola in cui la protagonista non deve essere risvegliata da un principe, o sposata, o e vissero tutti felici e contenti. No, Sarah sceglie di essere indipendente dal romanticismo. Questa cosa mi piaceva moltissimo, e credo che abbia contribuito in parte a formare la mia personalità da ragazzina. Forse perché ero figlia di genitori separati, mi riconoscevo nella Sarah all’inizio del film: lei vive una vita immaginaria, nella quale si traveste da principessa ma per reclamare il bambino rapito dal Re dei Goblin e non per vivere per sempre, ovviamente felice e contenta, al suo castello. Oggi vedo un piccolo seme femminista in questo film, che ha comunque una protagonista bianca, abile, magra, cis, è vero, ma comunque femmina: non ho ricordanza di altri film di quegli anni nei quali la protagonista (non l’amica, l’innamorata, la sorellina ma la protagonista!) fosse una ragazza. Erano sempre tutti maschi.

Qui invece è una giovane donna che affronta il labirinto, impara e cresce e infine sconfigge l’oscuro ed affascinante Re dei Goblin con la consapevolezza del suo viaggio e di essere quella che è. Anche la figura di Jareth è estremamente affascinante: probabilmente è proprio con questo film che ho conosciuto David Bowie, ed il suo essere così fluido, così ambiguo, mi catturava già ai tempi. Il labirinto nel quale Sarah compie la sua avventura è davvero un luogo dove tutto è possibile, come recita il sottotitolo del film. Altro elemento interessante, e che emerge proprio all’interno del labirinto: qui non sempre le cose sono giuste. Sarah si lamenta di questo, all’inizio del suo viaggio, ma via via che procede capisce che no, le cose non sempre sono sempre giuste. Sarah (e io con lei) comprende che in un mondo perfetto forse tutto è giusto e non esiste ingiustizia, ma nel mondo reale si, le cose sono ingiuste: sono le azioni che facciamo nei vari contesti che fanno la differenza e che possono ristabilire la giustizia.

La scena del ballo in Labyrinth

Ad un certo punto Sarah viene drogata e si ritrova ad una festa carnevalesca, nella quale è vestita come una principessa e durante cui Jareth cerca di sedurla. Qui da ragazzina, mi dicevo: oh no, ecco, adesso lei si innamora di lui. Non mi sarebbe piaciuto per nulla. Ed invece, Sarah rifiuta la seduzione del re magico perché si ricorda quello che stava cercando: come viene detto sin dall’inizio del film, se non poni la domanda giusta, se non sai dove andare, allora finisci nei guai. Ma se finalmente sai chi sei, conosci te stessa, hai consapevolezza del tuo potere, allora non possono esistere sogni confezionati per te, vestiti da principessa o mondi fantastici. Solo tu puoi creare il tuo mondo, attraverso le tue scelte e le tue azioni.

Così arriviamo alla scena finale, ed al monologo di Jareth: lui dice alla ragazza, che è arrivata al centro del labirinto dopo rischi indicibili e traversie innumerevoli, di essere stanco, di aver fatto tutto questo (il gioco, il labirinto) per lei, di essere stato generoso, in un vero e proprio gaslighting. Ma Sarah non cede, resta radicata nel suo potere. Così vince, torna a casa cambiata da questa esperienza, senza rinunciare al suo potere principale, ossia l’arte, l’immaginazione, la fantasia.

Labyrinth, locandina di Daniel Norris

Forse era questo finale la cosa che più mi colpiva, e che mi colpisce, ancora: il potere della parola, il potere personale, la piena consapevolezza. Prima di pubblicare questo post ho scritto sul mio profilo Facebook che ci stavo lavorando, e in moltissime hanno risposto dicendo che era anche il loro film preferito da piccole.

Credo che la motivazione sia profonda: in Labyrinth Arianna si riscatta, Persefone spezza le sue catene. La me ragazzina non conforme, perché troppo magra, bruttina, con gli occhiali e l’apparecchio, con i genitori separati in un’epoca dove questo era molto raro, con una sensibilità ad alcuni stimoli esterni molto acuta (solo da adulta ho scoperto di essere PAS, Persona Altamente Sensibile) si sentiva riscattata da Sarah, invincibile perché se stessa, senza bisogno di un principe o di un castello.

Da adulta ripasso la lezione, e voglio ricordare a me stessa ma anche a tutte le altre persone che si sono trovate in situazioni simili, che nessuno ha davvero potere su di noi. Solo noi stessə possiamo decidere delle nostre azioni, seguendo la strada che ci porterà al centro del labirinto e quindi alla nostra piena essenza. Senza timore e soprattutto ricordandoci dei nostri poteri.

You remind me of the babe
(What babe?)
Babe with the power
(What power?)

Power of voodoo

(Magic dance, David Bowie in Labyrinth)

Se vuoi approfondire i simboli e il folklore che trovi nel film, questo è un ottimo articolo

Sulla visione femminista del film puoi trovare materiale:

Qui, qui e qui

STAVOLTA NON PASSO OLTRE

Nelle ultime settimane ho ricevuto messaggi privati da diverse persone che lavorano con il network marketing in campo fitoterapico e naturale. Avrei potuto ignorare, passare oltre, non rispondere evitando il conflitto, ma anche grazie al lavoro di Marzia Saglietti che seguo con partecipazione ho deciso di essere assertiva, non fuggire il conflitto e anzi, dire la mia.

Punto primo: anche se lavoro come educatrice e mi occupo di teatro e pedagogia (con adeguata formazione), ho (sempre nella mia formazione) una laurea in Tecniche Erboristiche. Credo moltissimo nel valore dello studio, soprattutto in ambito scientifico dove fare esperienza è importante tanto quanto studiare, osservare, fare prove in laboratorio. Ho sostenuto 40 esami in tre anni, tutti per lo più di botanica, chimica, farmacognosia ma anche anatomia, chimica dei composti aromatici, etcetera etcetera. Credo che per consigliare erbe o integratori, che questi servano per dimagrire, drenare, energizzare e così via ci sia bisogno di una persona qualificata. E questo mi porta al punto

2. Le erbe non sono semplici prodotti. Le piante sono esseri viventi, energetici, e come tutto quello che ci circonda sono in relazione con noi. Le erbe meritano studio, osservazione, attenzione, meritano che chi le ama entri in relazione con loro. Mi spiego meglio: credo fermamente che ogni essere umano abbia la necessità e l’istinto vitale di entrare in relazione con le piante, e che debba perseguirlo. Che sia con corsi, libri, studi, passeggiate e quant’altro. Uno dei miei desideri è quello di vedere intrecciate le varie discipline di cura, e ritengo che sviluppare una relazione personale con le erbe sia importantissimo. Di cui al punto

3. Quando si parla di estratti di piante si parla di medicine. Basti pensare che il 95%dei farmaci in commercio derivano da molecole naturali: le piante non fanno effetto perché crediamo in loro, bensì perche sono farmaci. Per questo credo che per un consiglio terapeutico ci si debba affidare ad erboristi, medici o farmacisti (questi ultimi  due a patto che siano informati sugli usi delle piante).

Foto di Eleonora Chiti

Perché per consigliare un integratore che magari contiene ipericina bisogna fare alcune domande. Ti faresti consigliare una terapia farmacologica dalla tua commercialista? Dico tutto questo e forse sono pesante, lo so. Lo faccio perché vorrei stimolare la riflessione specie in chi fa questo tipo di lavoro senza una adeguata preparazione: deve essere ben informat* su rischi e responsabilità.

Noto un pullulare di contatti in tal senso: mi è stato detto, addirittura, che in un momento storico come questo il network marketing di prodotti naturali dà lavoro a chi è rimasto senza, e quindi questa è una buona cosa. Questo discorso, in particolare, mi avvilisce molto: come se, poichè stiamo vivendo un momento storico difficile, dove il lavoro è incerto per moltissimi, allora si possa fare un lavoro qualsiasi, basta che sia, livellando tutto al concetto di prodotto e consumo. Questo discorso è profondamente consumista, e pone le piante, la medicina sacra e la relazione dell’essere umano con l’ambiente allo stesso livello del consumo di un prodotto qualsiasi. Annienta la consapevolezza, il contatto, andando a favorire l’esperienza confortante dell’acquisto.

Inoltre, molto spesso i prodotti promossi dalle aziende di network marketing costano tantissimo: capisco che ci deve essere un grande ricarico per far guadagnare chi ci lavora, ma non mi sembra corretto vendere integratori a più di 70 euro, con un ricarico esorbitante. Non sempre prezzo alto è uguale a qualità.

Ricordiamoci di vivere con cura e attenzione, e di rispettare le altre creature che popolano il nostro pianeta. In qeusto tempo di qui e ora, in cui osserviamo e sperimentiamo un tempo più lento, rendiamo prezioso il nostro atto di acquistare a consumare – ascoltiamo le piante, lasciamoci guidare.

Foto di Eleonora Chiti

UNA PERSONA DIPLOMATICA

Sono figlia e nipote di uomini gentili. Uno dei miei nonni, non l’ho mai conosciuto, era un medico, e ancora oggi quando pronuncio il suo nome, la gente se lo ricorda, di quel dottore tanto bravo. L’altro mio nonno, da me tanto amato, è stato nella mia vita fino a qualche anno fa: era un uomo che della semplicità ne faceva una partica quotidiana, della bellezza e del saper fare. Un signore gentile, sempre con il sorriso. Mio nonno, che sapeva suonare la fisarmonica e aveva imparato da solo, anche a scrivere la musica. Il mio babbo, come si dice qui in Toscana, è un medico. Ora è nonno anche lui, della mia nipotina, ed ha un carattere burbero ma rispettoso. Sa ascoltare, e non credo che si sia mai perso un dettaglio in tutta la sua vita. Mi ha sempre, sempre lasciata libera, nonostante le paure che immagino possa aver avuto. Anche quando l’ho chiamato da Parigi, che ero andata lì in un’avventura da ventenne. Anche quando non gli ho raccontato ma lui ha capito. Anche se non me lo dimostra, è dalla mia parte. Ma, soprattutto: è una persona gentile.

In virtù e in luce di questa radice, io non sopporto e non tollero uomini che non siano gentili. Non sopporto e non tollero chi mi sovrasta, chi mi zittisce, chi non mi dà spazio per parlare. Chi silenzia, blocca, non sta nel dialogo. Mi dispiace: è così. Non l’ho mai detto a voce alta. Ho sempre mediato, limato, sono sempre stata una persona diplomatica. Ma d’ora in poi, non lo sarò più.

Non con chi non è gentile. Non con chi non ascolta, sbraita, urla.

Non con chi non ti lascia parlare, ti interrompe, sa ascoltare solo se stess0.

Non con chi mi tratta male, o tratta male una mia amica, con la scusa del “è fatto così”, “è arrabbiato, poi cambia e se ne pente”.

Anche io mi arrabbio, eppure non mi sono mai permessa di dire, a nessuno, qualcosa di imperdonabile.

Sono mite di carattere, lo so. Ma non intendo, mai più, rapportarmi con diplomazia a chi non è gentile.

Che la gentilezza sia una rivoluzione, in un momento come questo, nel quale chiunque si sente in dovere di segnalare, spiare, riportare sui social denunce irrisorie. In un momento storico come questo, dove l’oscurità sembra prevalere, io voglio la luce.

La gentilezza sta nella luce. Ho tutto il diritto di arrabbiarmi, se qualcuno non è gentile con me – non sarò più diplomatica, perché concedere spazio all’aggressività ed al non rispetto altrui significa stringere i nostri confini personali, implodere, soffocare.

Mi voglio ricordare che discendo da uomini gentili.

#personaaltamentesensibile

NON DIRE UNA PAROLA CHE NON SIA D’AMORE

Il mio 2020 aveva una parola che mi faceva paura: Coraggio. Sapevo che era lei. Ho provato a sfuggirle, a tentarne altre, ma era proprio lei, coraggio, che mi sussurrava all’orecchio. Non potevo sapere quanto mi sarebbe stata di ispirazione, di appiglio, quanto sarebbe stata utile, necessaria quando non avrei saputo che strada prendere, quando volevo mollare, quando tutto è cambiato e cambiato e cambiato ancora.

Il 2020 non è stato un anno facile, per nessuno di noi. Eppure, sono nate nuove bambine e bambini, le persone si sono innamorate, non abbiamo smesso di sognare. Ci siamo tenuti vicini anche quando eravamo lontani – come siamo anche adesso. Ad Agosto ho camminato di notte per arrivare sul crinale di un monte, all’alba – insieme ad amici e a persone conosciute solo qualche giorno prima. Ad un certo punto volevo mollare, non ce la facevo puù, ero impaurita, stremata, stanca, eppure ho sentito quella voce – coraggio – che mi ha spinta a proseguire. Allora e solo allora, quando sono arrivata sul crinale, immersa nella luce oro dell’alba, con le eriche violette intorno e le tazze di caffè caldo dai thermos e i sorrisi, allora ho capito che Coraggio significa anche lasciar andare davvero, lasciar andare parti di noi che continuano ad essere le stesse quando invece bisogna cambiare, che si ostinano a fare fatica lì dove non c’è più bisogno, necessità, speranza.

Ho avuto coraggio di lasciare. Coraggio di studiare, e di prendere una qualifica che mi sta portando nuovi mondi lavorativi dove vado con il mio passo. Coraggio di ricucire. Di ritrovare. Di fare spazio nel mio cuore. Questo 2020 mi ha portato, nei suoi ultimi giorni, la Parola dell’anno 2021, proprio come fa il mare con le conchiglie sulla riva.

Era lì, la mia parola lucente, dolce e gentile. E’ QUIET, quiete. So che è lei. La riconosco e mi riconosco, nella direzione che voglio dare al mio lavoro online, nel mio scoprirmi Persona Altamente Sensibile (che vuol dire essere sensibili a certi stimoli ambientali, non c’entra nulla con la sensibilità di cuore). Questa parola mi promette tempo per me stessa, tempo per le persone care, per i miei progetti. Mi racconta di un tempo lento dove ho imparato a stare, grazie al 2020 ed ai suoi doni. Questa parola azzurra, QUIET, mi sta già facendo luce.

Credo che la Parola dell’Anno sia davvero uno strumento molto utile, necessario direi, per chi vorrebbe avere una bacchetta magica. O il famoso suggeritore di Amelie.

WILD WORD è disponibile: è un’esperienza attraverso cui ti guido, per scoprire la tua Parola dell’Anno 2021: qui trovi tutti i dettagli – posti super limitati!

ATROPA BELLADONNA, COLEI CHE TAGLIA IL FILO

La Belladonna inizia ad affascinarti sin dal suo nome: Atropa, come una delle Parche, le tre divinità che filano e tagliano il filo della vita – in particolare, rimanda ad Atropos, colei che taglia il filo; belladonna, perchè una delle sue azioni è quella di allargare la pupilla, facendo sembrare gli occhi più grandi, languidi, innamorati.

DOVE CRESCE

Atropa belladonna, famiglia delle Solanacee (si, è cugina del pomodoro e della melanzana), colei di cui mi sono innamorata per prima nel mio sentiero di studio e ricerca sulla piante velenose. La mia prima performance alla radio era tutta dedicata a lei: ombrosa, viola e rosa antico, dei frutti neri e lucidi. Cresce in luoghi ombrosi, sulle pendici montuose ma anche lungo i fiumi, in campagna, lungo le strade.

PRINCIPI ATTIVI E TOSSICITA’

La Belladonna è velenosa in ogni sua parte, in particolar modo i frutti. Ogni sua parte è, comunque, altamente tosica perchè contiene iosciamina, atropina e, nelle radici, scopolamina. La atropina, estratta dalla Belladonna, viene usata tutt’oggi in oculistica: serve a dilatare la pupilla – hai presente quando vai dall’oculista e ti mettono le goccioline per guardarti bene gli occhi? Ecco quella è una delle azioni della Belladonna. Viene usata in omeopatia, mentre in tutti gli altri casi è assolutamente vietata la sua ingestione, pena la morte.

COME LA RICONOSCO?

La Belladonna è una pianta perenne, cioè se la individui è molto probabilme che l’anno dopo la troverai lì: ha fusti eretti e radice rizomatosa, ovvero una radice simile alla patata (si, anche lei una Solanacea!). Da questo rizoma si formano grandi gemme violacee. Le foglie sono verde scuro, intere e ovali.

Da tutta la pianta, specie dalle foglie, è possibile sentire un odore non proprio gradevole, specie se viene stropicciata. I fiori sono campanule dalla corolla bruno violacea, all’interno giallo scuro, con venature rosso porpora. I frutti sono bacche nere lucide, simili alle ciliegie – ma velenosissimi – e maturano tra agosto e settembre.

belladonna scheda botanica

LA VOCE DELLA PIANTA

La Belladonna ti mette in guardia dagli inganni delle relazioni: legata all’amore, ti ricorda che l’amore quando non è sano soffoca, toglie il respiro, rende immobili. Collego la sua capacità di immobilizzare la pupilla, ovvero la sua capacità midiriatica, a quello che a volte accade in una relazione: l’incapacità di mettere a fuoco, di osservare bene – spesso perchè non ci ascoltiamo, non siamo connesse ai nostri bisogni, alle nostre necessità, ai nostri desideri.

Belladonna è dunque una pianta che parla al cuore e al respiro: ti chiede se hai abbastaanza spazio vitale, nella tua relazione, oppure se senti che alcune parti di te sono soffocate, o non libere di esprimersi. Ti spinge ad indagare in te stessa con sincerità e sguardo attento. A non perderti nell’amore, a radicare la tua forza nel cuore.

IMPORTANTE: la pianta analizzata è velenosa e nnon deve essere ingerita in nessuna forma. Il rapporto con la pianta si intende solo a livello sottile, senza assumere nessuna parte della pianta o suoi derivati.

Se ti interessano le piante velenose, se ti attira il sentiero meno battuto del bosco, ricorda che in questa pagina puoi segnarti alla lista di attesa per la nuova edizione del corso online VELENO. Ti aspetto!

PIÙ INTROVERSA CHE TIMIDA

È da più di un anno che non scrivo su questo blog. Un anno incredibile, con in mezzo una pandemia mondiale, le ginestre del mio giardino che non sono mai state così luminose, un anno in cui Eva, la mia cagnolona adorata, se n’è andata; un anno in cui ho imparato a lasciare liberi i miei gatti, anche la notte, e ho scoperto che la libertà paga sempre; un anno in cui ho chiuso una storia d’amore importante, importantissima, nel quale ho lasciato andare e fatto spazio e attraversato il dolore; un anno in cui ho camminato in un bosco di notte per arrivare sul crinale della montagna e vedere l’alba, nella luce dorata che ha abbracciato me e i miei compagni e compagne di avventura.

Un anno in cui ho messo in pratica, ogni giorno, la mia parola dell’anno 2020 che è CORAGGIO. Coraggio di tagliare, di lasciar germogliare un nuovo amore,coraggio di riprendere gli studi e conseguire una qualifica importante (educatrice professionale socio-pedagogica). Coraggio di iscrivermi di nuovo all’Università, al terzo anno di Scienze dell’Educazione.

È stato anche l’anno del totale rebranding del mio sito: le pagine che trovi qui sono evocative, i loro nomi nascondono luoghi magici dove trovi quello che faccio: ESSERE, SENTIRE, SOGNARE,AGIRE.

Forse finora non ero ancora pronta per tornare a scrivere: fare rebranding non è solo una questione di business, almeno non lo è stata per me Dentro a questo cambiamento c’è la mia storia, tutta la mia storia di questo anno – e anche prima, tutto quello che mi ha portata qui.

La consapevolezza di una fine, il dolore di non poter rimettere insieme qualcosa di rotto, il distacco, il vuoto. Il sentirsi in colpa perchè insieme a questo sono stata anche felice, ho lasciato aperta una porta ed un nuovo amore è entrato, luminoso. Il teatro, tornato nella mia vita e trasformato dal lockdown, le passeggiate rituali condivise, le performance e la land art realizzata quest’estate. Le amiche. Gli occhi di Bambi, la mia cagnolina rimasta con me. Ë tutto in questo rebranding, in questo cambiamento.

Non ero ancora pronta per scrivere, perchè scrivere tocca corde profonde e, soprattutto, è il modo che preferisco per comunicare con te. Mi sono riscoperta introversa, come quando ero bambina. Ho avuto bisogno di tempo, per sedimentre, per fare terreno fertile.

Ora sono qui: il mio blog riparte, e parleremo di piante officinali, di come possiamo usarle e delle loro storie magiche; di luna, fasi e emotività; di cosa significa essere una persona ad alta sensibilità, del potere dell’introversione, dell’essere quiete; di teatro, atti performativi e magici, rituali sensibili.

Insomma, eccomi qui. Se hai un argomento da proporre, da approfondire, o se vuoi solo dirmi evviva sei tornata!, puoi scrivermi – nella pagina TROVAMI scopri come.

TAROCCHI E SOGNI

I Tarocchi possono essere strumenti utili per interpretare i tuoi sogni. Trovo che Tarocchi e sogni si parlino molto facilmente, forse perchè usano lo stesso linguaggio: i sogni ci parlano per immagini, così come le carte di Tarocchi, che sono un alfabeto immaginativo.

Immagini, immaginazione, mondo onirico, sono gli ingredienti principali del mazzo che, in assoluto, reputo il migliore per il lavoro sul sogno – in inglese, dreamwork – sono quelli di Nicoletta Ceccoli, della quale sicuramente conoscerai le illustrazioni. Il mazzo ha quei temi rarefatti, poetici, molto simbolici adatti per evocare le sensazione legate ai sogni.

Come puoi usare il tuo mazzo di Tarocchi per aiutarti a leggere meglio i significati ed i simboli dei tuoi sogni?

Nicoletta Ceccoli Tarot, La Luna

dream journal

Puoi iniziare a tenere un diario dei sogni, o dream journal, e puoi scrivere sopra quello che ricordi dei tuoi sogni, al mattino, usando le Carte. Prima scrivi liberamente quello che ricordi del sogno, poi rispondi a queste domande:

  1. che cosa vedi?
  2. è un sogno ricorrente?
  3. qual è il significato simbolico che attribuisci a questo sogno?
  4. come ti senti al risveglio? qual è la sensazione principale?

Prima rispondi scrivendo liberamente, poi scegli dalle carte del tuo mazzo di Tarocchi quelle figure che ti sembra rispondano meglio alle domande. Cerca poi nel significato dell carta se ci sono attinenze con il tuo sogno, se ampliano il suo significato, se svelano altri piani di interpretazione.

analisi del sogno

Per questo esercizio ti suggerisco di usare sia le carte coperte che le carte scoperte: nel primo caso le sceglierai casualmente, estraendole a faccia in giù – nell’altro caso, sceglierai consapevolmente le immagini da ssociare alle risposte.

Le domande a cui rispondere sono:

  1. chi?
  2. dove sono?
  3. chi/cosa incontro?
  4. significato che tu attribuisci
  5. + in ambedue i casi una carta COPERTA, che ti svela qualcosa di nascosto, che non sai, qualcosa che non vedi
Nicoletta Ceccoli Tarot, Due di Bastoni

meditazione per evocare i sogni

Prima di dormire puoi meditare sulle seguenti carte, osservandole bene e magari lasciando libera la mente di immaginare, visualizzare, lasciarsi evocare significati.

Metti sul tuo altare oppure sul tuo comodino:

La Sacerdotessa, la Luna e l’Eremita per evocare sogni profetici. La Sacerdotessa è legata alla capacità di ricevere, la Luna è l’aspetto nascosto, non visibile, che si cela nel significato nascosto del sogno, l’Eremita è colui o colei che fa luce, seguendo il suo cammino interiore.

Per evocare un bel sogno, estrai l’Asso di Coppe, La Luna, La Stella. Con l’Asso di Coppe contatti le tue emozioni e ti immergi nel mondo onirico, con la Stella chiami a te protezione, buona fortna, contatto con ciò che splende. La Luna resta la carta centrale, collegata al sogno.

Questi sono alcuni dei modi che preferisco per lavorare sul sogno: ti ricordo che ogni settimana estraggo una carta per ispirare i giorni che verranno + una diretta su Instagram nella quale approfondisco il significato della carta. Ti aspetto nel mio feed: @alchimistacontemporanea

RACKAM TAROT: INTERVISTA AL MAZZO

Rackam Tarot - cecilia lattari

RACKAM TAROT
intervista al mazzo

Rackam Tarot è il mazzo realizzato con i disegni di Arthur Rackam, illustratore dei primi del Novecento con uno stile inconfondibile, unico. Le sue illustrazioni tratteggiano il mondo di mezzo, popolato da fate e folletti, da bambini magici e da bambine che esplorano il mondo delle meraviglie (si, ha illustrato anche Peter Pan e Alice). Lo Scarabeo propone questo mazzo fatato, dalle atmosfere delicate e selvagge. Per conoscerlo meglio ho fatto la mia solita intervista al mazzo. Eccola qua

Qual è la tua caratteristica principale?

La carta estratta è l’Asso di Bastoni. Nella carta un grande albero domina il paesaggio lunare: sembra quasi che si stia muovendo, e le fate che sono disegnate alla destra del suo tronco lo guardano, in attesa. Tutto è possibile, dice questa carta: è la scintilla, l’azione, la magia. La caratteristica principale del mazzo è quindi la sua capacità di osare, di costruire un ponte tra realtà ed immaginazione. Il mazzo possiede questa scintilla magica, che ispira e muove all’azione.

Quali sono i tuoi punti di forza?

Il Re di Denari, un uomo gentile e generoso che è pronto a dare consigli. Questo è un mazzo che ha un’anima antica: il Re di Denari me lo immagino come un signore di una certa età, che ha raccolto molti frutti durante la sua vita e che ora sa come condividerli. E’ un mazzo che dispensa consigli con generosità: devo dire che ho riscontrato questa sua caratteristica nelle mie ultime letture – è davvero un mazzo che parla molto.Q

Quali sono i tuoi limiti?

La carta è la carta dell’Appeso (una delle mie rappresentzioni preferite di questo Arcano). Abbiamo una fatina che cammina su un filo di ragnatela; da un momento all’altro tutto può cambiare. Danza sotto alla luna, appesa ad un filo. La carta dell’Appeso è spesso relativa alla visione alternativa delle cose che ci accadono: osservare tutto da un punto di vista diverso, ottenere un nuovo sguardo sulle cose.

In questa posizione la carta può suggerirci che questo mazzo ci spinge ad accettare la visione delle cose ed i consigli che provengono dal mazzo; è un mazzo che può portare a piccole illuminazioni (come quelle che ha l’Appeso, nella iconografia classica rappresentato con un aureola di luce intorno alla testa) ma che può essere, a volte, portatore di messaggi sibillini, che provengono da un mondo a testa in giù.

Cosa puoi insegnarmi?

La carta è la Regina di Bastoni: carta che richiama l’Asso di Bastoni, il mazzo si rivela ancora come mazzo davvero speciale. La Regina di Bastoni è la Strega delle Regine: lei sa usare la sua magia, sa come ottenere i suoi obbiettivi, sa incantare e parla con i gatti. E’ una musa creativa. Il mazzo può insegnarci ad usare la nostra magia, senza paura!

Come posso collaborare al meglio con te?

La carta è il Due di Bastoni: resto nel mio mondo, nella mia comfort zone, oppure esco e mi addentro nell’avventura? Il mazzo ci chiede di abbandonare la nostra visione classica delle cose e di aprire gli occhi ad un altro mondo. Molto in linea con la carta dell’Appeso, questa carta in questa posizione ci dice che per collaborare al meglio con qusto mazzo dobbiamo accettare che c’è una visione diversa delle cose, una visione magica.

Cosa può venire fuori dalla nostra relazione?

Un Sette di Bastoni: la relazione con questo mazzo ci insegna a difendere ciò che siamo – e con ciò che siamo direi che si riferisca al nostro mondo immaginario, alla nostra fantasia. Rackam ci insegna a non dimenticare che esistono le fate, e che continueranno ad esistere finchè noi ci crederemo.

Il mazzo è composto da 78 carte, con le splendide illustrazioni di Arthur Rackam, senza bordo, misurano 65 x 111 mm. Puoi trovarlo in vendita in Italia sullo shop de Lo Scarabeo.

TAROCCHI E POTERE PERSONALE

Molto spesso mi capita di sentirmi chiedere: fai i Tarocchi? con la curiosità di chi vorrebbe svelare qualcosa sul suo futuro. Quindi mi trovo molto spesso a spiegare che no, i Tarocchi – per come li leggo io – non servono per dirti che cosa accadrà (quello è tutto nelle tue mani); possono invece essere un fantastico strumento per scoprire le tue risorse personali, per aumentare la fiducia in te stessa e nelle tue scelte, per vedere una situazione che ti sta a cuore sotto un altro punto di vista, e magari trovarne una soluzione.

Ci sono diversi modi che puoi mettere in pratica da sola, con il tuo mazzo. Vediamo quali!

1. UNA CARTA AL GIORNO

Questo è il metodo più usato e più diffuso per entrare in contatto con l’energia dei Tarocchi, per conoscerli meglio e anche per ricevere un consiglio e una guida quotidiana. Ogni giorno, decidi tu se al mattino o alla sera, strai una carta dal tuo mazzo. Osservala bene, e appunta sul tuo quaderno tutte le suggestioni che ti trasmette. Poi, vai a cercare il suo significato classico e vedi come può essere delinato nella tua situazione.

Se fai questo esercizio al mattino puoi usar la carta come guida durante tutto il giorno; se lo fai alla sera, puoi rivedere la tua giornata sotto una nuova luce e fare un bilancio.

2. MEDITAZIONE A CARTE SCOPERTE

Per potenziare le tue risorse e ampliare il tuo intuito, puoi utilizzare le carte scoperte, quindi non sceglierle casualmente, con la faccia nascosta, ma invece sceglierle proprio osservando le figure. Pensa a quale risorsa vorresti avere nella situazione che ti sta a cuore, oppure alla qualità che vorresti sviluppare in te stessa. Osserva il tuo mazzo, e scegli la carta (o le carte, per un massimo di tre)  che senti più vicina. A questo punto, prendi il tuo quaderno e descrivi quello che vedi. Com’è la figura? Com’è l’ambiente in cui si trova? E gli oggetti? Cosa ti evocano?

Poi, immagina tutto quello che non c’è nella carta: come continua il disegno, fuori di confini della carta? Cosa accade? Che situazione sta vivendo il personaggio?

Infine, immagina che questa carta ti parli, dandoti un consiglio. Che cosa ti dice?

3. USA I TAROCCHI NELLA VITA QUOTIDIANA

Che cosa significa? Che, per esempio, puoi stampare una carta dei Tarocchi che per te significa molto, oppure che in questo momento ti piace, o ancora la carta che hai scelto nella meditazione a carte scoperte, e puoi portarla con te durante la giornata. Puoi metterla in un posto che risuona con la sua energia: per esempio, se per te la carta significa abbondanza, la metterai nel tuo portafogli. Se rappresenta l’amore per te stessa, puoi metterla accanto al tuo specchio. Se è legata ad un aspetto creativo, puoi disegnarla, puoi interpretarla con la musica, o ancora puoi tenerla nel tuo studio, vicina al pc, per ispirarti durante il lavoro.

Trova e sperimenta modi pratici per portare l’energia dei Tarocchi nella tua vita.

4. INVENTA UNA STESA

Puoi inventare una tua stesa personale, per scoprire quali sono le tue risorse in una particolare situazione. Puoi scegliere tu le posizioni: unica regola è quella di non cambiarle una volta che hai scelto le carte. Oppure, puoi fare una semplice stesa nella quale estrarre una carta per la situazione attuale, una carta per esaminare da vicino l’ostacolo, e due carte per conoscere quali sono le tue risorse, consce ed inconsce, per affrontare la situazione.

Ricorda: non possiamo agire su quelli che sono i pensieri, le azioni e i desideri degli altri, ma possiamo conoscere, approfondire e cambiare, se necessario, quelli che sono le nostre risorse personali, e risplendere pienamente della nostra luce.

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